Non sono sicura di aver capito

Da quando ho cambiato città , sei anni orsono, so di aver cambiato tutto : prospettive, punti di vista contatti, modalità di approccio e via discorrendo. Dalle abitudini agli atteggiamenti.
Nonsono sicura di aver capito se si tratti di evoluzione o involuzione.
Non sono sicura che quella fosse “ingenuità” e quella che ho oggi “furbizia” ; non sono sicura se quella fosse “arretratezza” e questa “modernità”.
Quando arrivai qui mi capitò di trovarmi in discussione con un tipo partenopeo, uno dei primi che conoscevo in questa città, e parlando gli dissi che proprio in quei giorni ero incappata in un libro di una sua concittadina, tale Anna Maria Ortese, il libro in questione era “il mare non bagna Napoli”, Lui mi derise a più non posso dandomi anche dell’ignorante. Rimasi paralizzata da tanta mediocrità, mediocrità a cui non ero per niente abituata. Il posto da cui vengo io pretente che tu conosca vita morte e miracoli del concittadino illustre, anche sei poi sei analfabeta!
Non avevo considerato che il mondo non andava misurato con la scala del mio paese.
A distanza di anni ho imparato che molti discorsi è meglio evitarli con le persone che non conosci perché , per quanto siano alti e colti, c’è il rischio che sia tu a fare la figura del deficiente.
Poi mi fu suggerito anche vivamente e con affetto da un’amica, che mi illuminò sul mio percorso da single sostenendo che sarebbe opportuno tenersi certi argomenti tediosi ben per sé o, tutt’al piu, tirarli fuori in quei circoli culturali per insegnanti in pensione, se volessi abbandonare detto percorso.
Poi mi capitò anche di parlare con la mia gente, persone con le quali comunque sono riuscita a mantenere i contatti e con cui mi sento legata da un qualcosa che trascende dal senso di appartenenza. In alcune occasioni ho sentito di non parlar più la stessa lingua. Molte cose che per me oggi sono inaccettabili per molti sono all’ordine del giorno, ma anche viceversa.
Anche un rapporto tra due persone ha contorni e valori diversi.
Non sono sicura di poter esprimere un giudizio su quale sia il posto migliore per me, ma una cosa l’ho capita che è sbagliato provar vergogna per ciò che hai dentro, a prescindere da dove tu lo abbia imparato e da quanto il tuo auditorio lo condivida.

“spero che tu possa sopportarmi perché è difficile farlo da soli” [op.cit.]

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La crisi misurata da una cittadina mediamente inorridita

Mi sono sempre considerata una persona molto sensibile ai fatti che mi circondano.
Voglio dire : quando guardo un tg o un programma di approfondimento sull’attualità e viene fuori il discorso della crisi o di un operaio che protesta dalla cima di un tetto o di un lavoratore che rischia di essere buttato in mezzo a una strada, davvero mi va in pezzi il cuore. È un dolore che mi cuoce dentro è qualcosa di quasi inconsolabile e nessun pensiero positivo, per quanto positivo, riesce a tirarmi su.
Poi mi guardo in giro e cosa vedo? Mediocrità.
Una classe politica che se ne infischia, fuori dai riflettori e dai comizi, della gente normale.
A “sbafo” organizza le feste, le orge, i festini, le gare di bunga bunga, fregandosene sia del decoro che della situazione in cui versa la gran parte degli italiani.
Un Ministro che piange nel pronunciare la parola “sacrificio” non aiuta di certo a sentirsi meno soli.
Faccio una passeggiata per le strade di questa incantevole capitale e l’occhio cade sui locali di lusso, quelli dove si entra solo con il nome su una ferrea lista. Lista che io immagino sempre chiusa con cera lacca in una busta con arrecante il simbolo della P2.
Mi sento sola, mi sento povera, mi sento senza futuro e soprattutto che questa situazione non è destinata a cambiare né per me né forse per i miei figli, metto anche in discussione il fatto stesso di averne di figli,. Poi però penso che No!
Non sono sola, perché non sono l’unica ad essere precaria laureata con un lavoro che non ho scelto.
Non sono povera, è solo che non ho saputo rubare come hanno fatto altri, e per fortuna non sono l’unica!
Non sono senza futuro, fin quando avrò la forza di cambiare potrò sperare di guadagnarmi un futuro migliore e poi posso sempre andar via ogni volta che voglio!
Non è destinata a cambiare, non è detto!
…i miei figli, se arriveranno ci penserò.
Mi viene in mente che molti posti non sono altro che feste piene di gente imbucata. Quelli che sono lì e arraffano, scroccano, accattonano.
Quelli che fanno l’aperitivo con un bicchiere di prosecco a 8 euro e poi si fanno cinque piattini di buffet da potersi sentire “mangiati” anche per la cena e se è possibile pure per la colazione, poi, tirando fuori l’iPhone dalla Luis Vuitton, chiedono pure lo sconto in cassa.
Io l’iphone non ce l’ho e neanche la Luis Vuitton ma non per questo mi sento più pezzente di altri, non foss’altro che lo sconto in cassa non l’ho mai chiesto a nessuno.
Si cerca di vivacchiare, i problemi non si risolvono stando chiusi in casa al buio per risparmiare la corrente. Usciamo, beviamoci su!
Posto carino , locale medio dove, come in quasi tutti i posti, si tiene l’aperitivo dalle 19.00 alle 21.00. Formula 9 euro + buffet. Arrivo dopo le 21.00, da mangiare non è rimasto niente, ma ho sete, prendo una birra di quelle ignoranti, senza fare nomi, purchè mi tolga la sete. Casssa, pago : 9 euro, esattamente come avevano fatto i miei amici che avevano anche mangiato perché arrivati prima di me.Non protesto, gli affari sono affari e io rispetto le scelte de “la direzione” che si “riserva il diritto di..”.
Altro giorno, altro posto. Quei posti dove mi sento a mio agio, dove non guardano se ho abbinato bene la cintura con le scarpe e se il mio telefono ha il touch screen oppure no, uno di quei posti dove ci sono persone che non hanno l’account su fb ma sanno cosa c’è a teatro, per cosa si raccolgono le firme in piazza e quali sono le proposte dei referendum etc etc..,; in un contesto cosi io ho fame, tanta fame , entro in una delle miriadi di pizzerie a taglio dell’ameno, quartiere,intellettualoideradicalchiccomunistaanticlericalezecca lo dico io così saltiamo i convenevoli e le solite critiche sterili, era finito tutto!
Niente, niente; solo un triangolino di pizza rimasto abbandonato e infreddolito sull’ultimo piatto prima della chiusura. Il pizzaiolo comprende la mia fame e mi dice di essere costernato, mi suggerisce dove poter trovar ristoro e intanto mi regala quel pezzo di pizza : “ti offro questo, intanto” insisto nel volerglielo pagare, lui insiste nel volermelo “offrire” . Vince lui. Vince, quella che chiameremmo : Normalità.
Episodi come questo mi danno la misura del fatto che non siamo del tutto dei cani l’un contro l’altro.
Penso che esistano ancora dei posti e delle persone che non abbiano venduto l’anima a nessuno.
Persone che, proprio perché sono rimaste estranee ai luoghi del potere, sono rimaste genuine.
Non amo il populismo , ma non ho paura di sapere che qualcuno sintetizzerebbe tutto questo come “antipolitico”. Antipolitico non è una parolaccia, non è una piaga di Cristo è semplicemente il sentimento che accomuna chi , come me, è stufo. Ma è soprattutto un sentimento che si è generato da un altro sentimento generato da una certa categoria verso un’altra : il disprezzo .

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Sognando il cinema

Qui dopo tanto , tantissimo tempo. Come tutte le mie passioni, anche questa, son finita per trascurarla. “è intelligente, ma non si applica” questa è stata la canzone intonata dagli insegnanti durante tutta la mia carriera scolastica; povera mamma!
La costanza non è mai stata il mio forte: dai rapporti sentimentali alle amicizie; dagli Hobbie al lavoro, tutte cose che mi hanno sempre deluso. Quando tocchi il cielo e poi bruscamente precipiti , tanto sei più in alto, maggiore sarà il dolore che sentirai nell’urto. Meglio evitare di salire a una quota troppo alta. Volare bassi, per non perdere il contatto con il mondo reale. Ma vorrei tanto essere una di quelle protagoniste dei film : sognare, non pensare, infilare la mano in un sacchetto per sentire tra le dita la freschezza e la curiosità delle lenticchie, scattare delle foto a uno gnomo e trovare, quando meno me lo aspetto, il mio Nino e andare in giro in motorino con lui che guida e io seduta comunque davanti. Io la sua principessa, lui il mio principe in questa jungla d’asfalto…musica che sfuma : the end.
Solo un sogno, almeno quello.
Oppure avere il mondo ai piedi : cimentarsi in qualsiasi cosa ed avere successo, finire in un villaggio magico dove ti rubano le scarpe per appenderle a un albero, contattare i fiorai di cinque stati per amore, e finire in un lago come un Grande Pesce.
Qualche sogno, solo questo.

Come in una bolla

Vivido nella mia mente c’è quel ricordo di vacanze, una sensazione che potrebbe essere riassunta in un solo odore: quello del mare. Pieno di forza passava la giornata a cambiare colore, le sfumature delle dieci di mattina non erano mai come quelle delle tre del pomeggio e quest’ultime non erano come quelle delle sette di sera.La sua grandezza alimentava in noi bambini la curiosità di sapere cosa ci fosse oltre, la voglia di conquistare tutto ciò che stava sulla terra ferma . Da piccola riuscii a farmi portare in barca in una delle uscite a pesca di certi parenti dove con la mia famiglia passavo le vacanze. Sentire il sale sul viso, sulle mani, nel naso e nei polmoni era come se qualcosa stesse per modificare per sempre la mia sensibilità verso il mondo. Inizialmente ne fui spaventata, si trattava di una sensazione troppo grande per una bambina di sette anni, mi chiedevo come poteva il mio cuore così piccolo contenere quella presa di coscienza. Eravamo io e il mondo, e questo mi metteva con le spalle al muro, capivo che non avrei più potuto nascondemi. A sette anni capii che quel mare io lo avrei solcato, avrei affrontato ciò che stava oltre la mia isola e sarei andata di persona a vedere cosa ci fosse ero spaventata, mentre guardavo l’acqua diventare sempre più buia mio padre mi mise una mano sulla testa e mi chiese se mi era piaciuta quell’uscita in barca, non sapevo cosa rispondere ma stranamente un senso di pace prese il posto di quella sensazione da bolla di sapone. Capii che in questa partita non sarei stata da sola. Oggi mi trovo a ripensare a quel giorno e i colori non sono sbiaditi nella mia mente, e anche le sensazioni sembrano le stesse, adesso vorrei sentire però la pace.

Questo è un paese per vecchi!

Userò questa sede per dire ciò che penso e sicuramente non risulteranno dei commenti particolarmente originali , ma la differenza tra me e chi imbratta i muri deve pur esserci!

Faccio parte di quella generazione in tre D (Disoccupati; Disillusi;Disorientati), quella generazione a cui era stato detto di essere la classe dirigente di domani , la stessa a cui è stata toccata mille volte la riforma scolastica e continua ad essere la più ignorante a livello europeo, quei giovani che , a parte qualche raro caso, sudano sette camicie per dire tre parole in inglese inscenando i siparietti alla Totò. La stessa generazione a cui sono stati proposti dei corsi di laurea che non hanno avuto nessun mercato  lavorativo ma son serviti solo alle università per far cassa.Oggi comunque, avvinghiati alle poltrone dei luoghi di comando, ci sono i “vecchi” con le piaghe da decupito sotto il sedere, metre i giovani di belle speranze stanno in panchina a dimenticare ciò che hanno studiato.A nulla sono servite le proteste organizzate dai centri sociali, dalle associazioni studentesche e dai precari dei vari settori, tutte voci inascoltate. Poi a noi giovani succede una cosa:ci si stanca di gridare e non essere ascoltati e si può finire in due modi: o si implode e ci si accontenta di quella precarietà, anche perchè  èl’unica cosa certa che si riesce a intravedere; la seconda alternativa è quella di cercare fortuna all’estero esattamente come hanno fatto i nostri nonni, solo che la differenza sta nell’accessorio: loro valigie di cartone e noi le valigia regalata alla laurea.Qualcuno, prima di tentare la grande fuga tenta di lusingare un professore o un titolare di cattedra dedicandosi a risolvere tutte le sue grane, prendendosi gli oneri e mai gli onori. La cosa brutta è che a riguardare le foto del periodo degli studi nessuno si riconosce più. Quello sguardo lo abbiamo perso e nessuno ricorda più dove e quando. Ci hanno chiusi fuori e non abbiamo capito di chi sia la colpa e in che percentuale va data a qualcuno al di fuori di noi stessi.

Paghiamo lo scotto di essere giovani, di averci creduto e di essere rimasti quella parte sana della società che non ha voluto piegarsi ai ricatti morali.

Ma tanto l’ottimismo vola…no?

Hello world!

Hello word press!

 Come tutte le cose il difficile è cominciare,forse, anche in questo caso una volta partiti si è già a metà dell’opera. Decido così di aprire un blog e piano piano mi metto al passo con i tempi, che , detto tra noi, corrono troppo veloci rispetto a me.

Senza grandi pretese (so già che le statistiche di visita racconteranno solo dei miei ingressi) ho voglia di scrivere, di dire qualcosa e vedere che succede. E’ come se analizzassi un fenomeno dove io per prima ne sono la cavia. Come presentazione non c’è male direi.