La crisi misurata da una cittadina mediamente inorridita

Mi sono sempre considerata una persona molto sensibile ai fatti che mi circondano.
Voglio dire : quando guardo un tg o un programma di approfondimento sull’attualità e viene fuori il discorso della crisi o di un operaio che protesta dalla cima di un tetto o di un lavoratore che rischia di essere buttato in mezzo a una strada, davvero mi va in pezzi il cuore. È un dolore che mi cuoce dentro è qualcosa di quasi inconsolabile e nessun pensiero positivo, per quanto positivo, riesce a tirarmi su.
Poi mi guardo in giro e cosa vedo? Mediocrità.
Una classe politica che se ne infischia, fuori dai riflettori e dai comizi, della gente normale.
A “sbafo” organizza le feste, le orge, i festini, le gare di bunga bunga, fregandosene sia del decoro che della situazione in cui versa la gran parte degli italiani.
Un Ministro che piange nel pronunciare la parola “sacrificio” non aiuta di certo a sentirsi meno soli.
Faccio una passeggiata per le strade di questa incantevole capitale e l’occhio cade sui locali di lusso, quelli dove si entra solo con il nome su una ferrea lista. Lista che io immagino sempre chiusa con cera lacca in una busta con arrecante il simbolo della P2.
Mi sento sola, mi sento povera, mi sento senza futuro e soprattutto che questa situazione non è destinata a cambiare né per me né forse per i miei figli, metto anche in discussione il fatto stesso di averne di figli,. Poi però penso che No!
Non sono sola, perché non sono l’unica ad essere precaria laureata con un lavoro che non ho scelto.
Non sono povera, è solo che non ho saputo rubare come hanno fatto altri, e per fortuna non sono l’unica!
Non sono senza futuro, fin quando avrò la forza di cambiare potrò sperare di guadagnarmi un futuro migliore e poi posso sempre andar via ogni volta che voglio!
Non è destinata a cambiare, non è detto!
…i miei figli, se arriveranno ci penserò.
Mi viene in mente che molti posti non sono altro che feste piene di gente imbucata. Quelli che sono lì e arraffano, scroccano, accattonano.
Quelli che fanno l’aperitivo con un bicchiere di prosecco a 8 euro e poi si fanno cinque piattini di buffet da potersi sentire “mangiati” anche per la cena e se è possibile pure per la colazione, poi, tirando fuori l’iPhone dalla Luis Vuitton, chiedono pure lo sconto in cassa.
Io l’iphone non ce l’ho e neanche la Luis Vuitton ma non per questo mi sento più pezzente di altri, non foss’altro che lo sconto in cassa non l’ho mai chiesto a nessuno.
Si cerca di vivacchiare, i problemi non si risolvono stando chiusi in casa al buio per risparmiare la corrente. Usciamo, beviamoci su!
Posto carino , locale medio dove, come in quasi tutti i posti, si tiene l’aperitivo dalle 19.00 alle 21.00. Formula 9 euro + buffet. Arrivo dopo le 21.00, da mangiare non è rimasto niente, ma ho sete, prendo una birra di quelle ignoranti, senza fare nomi, purchè mi tolga la sete. Casssa, pago : 9 euro, esattamente come avevano fatto i miei amici che avevano anche mangiato perché arrivati prima di me.Non protesto, gli affari sono affari e io rispetto le scelte de “la direzione” che si “riserva il diritto di..”.
Altro giorno, altro posto. Quei posti dove mi sento a mio agio, dove non guardano se ho abbinato bene la cintura con le scarpe e se il mio telefono ha il touch screen oppure no, uno di quei posti dove ci sono persone che non hanno l’account su fb ma sanno cosa c’è a teatro, per cosa si raccolgono le firme in piazza e quali sono le proposte dei referendum etc etc..,; in un contesto cosi io ho fame, tanta fame , entro in una delle miriadi di pizzerie a taglio dell’ameno, quartiere,intellettualoideradicalchiccomunistaanticlericalezecca lo dico io così saltiamo i convenevoli e le solite critiche sterili, era finito tutto!
Niente, niente; solo un triangolino di pizza rimasto abbandonato e infreddolito sull’ultimo piatto prima della chiusura. Il pizzaiolo comprende la mia fame e mi dice di essere costernato, mi suggerisce dove poter trovar ristoro e intanto mi regala quel pezzo di pizza : “ti offro questo, intanto” insisto nel volerglielo pagare, lui insiste nel volermelo “offrire” . Vince lui. Vince, quella che chiameremmo : Normalità.
Episodi come questo mi danno la misura del fatto che non siamo del tutto dei cani l’un contro l’altro.
Penso che esistano ancora dei posti e delle persone che non abbiano venduto l’anima a nessuno.
Persone che, proprio perché sono rimaste estranee ai luoghi del potere, sono rimaste genuine.
Non amo il populismo , ma non ho paura di sapere che qualcuno sintetizzerebbe tutto questo come “antipolitico”. Antipolitico non è una parolaccia, non è una piaga di Cristo è semplicemente il sentimento che accomuna chi , come me, è stufo. Ma è soprattutto un sentimento che si è generato da un altro sentimento generato da una certa categoria verso un’altra : il disprezzo .

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